La Legge del più forte
rubrica mensile a cura di Luca Picotti
L’anno scorso abbiamo dedicato una puntata di questa rubrica all’Unione europea tra libero mercato e nuovi paradigmi, a partire dalla quarta relazione FDI, relativa all’anno 2023, trasmessa dalla Commissione al Parlamento europeo e al Consiglio a metà ottobre 2024. Anche quest’anno ritorna l’appuntamento autunnale, con la pubblicazione della quinta relazione FDI, riferita all’anno 2024. Esamineremo in breve i principali profili emersi.
Innanzitutto, si rammenta che sono ormai 24 i paesi membri che dispongono di un meccanismo di controllo degli investimenti esteri e i 3 rimanenti (Cipro, Croazia, Grecia) si sono comunque attivati per introdurlo. Fotografia emblematica dei cambi di paradigma di questa fase storica, considerato che una decina di anni fa meno della metà dei paesi ne aveva uno.
Sul fronte delle operazioni comunicate, assistiamo ad un aumento piuttosto marcato: gli Stati membri nel corso del 2024 hanno gestito un totale di 3136 richieste di autorizzazione e procedure avviate dalle autorità stesse (casi d’ufficio), rispetto alle 1808 del 2023 e le 1444 del 2022. Il 41 % dei casi è stato sottoposto a controllo formale (56% nel 2023; 55% nel 2022). L’aumento delle comunicazioni è stato, dunque, in parte, a titolo precauzionale, e non perché le operazioni effettivamente rientrassero negli ambiti di applicazione delle varie discipline.
Con riferimento ai casi oggetto di controllo formale, nel 2024 l’86 % è stato autorizzato senza condizioni (85% nel 2023; 86% nel 2022), mentre il 9% è stato autorizzato con condizioni o prescrizioni (10% nel 2023; 9% nel 2022). I veti si attestano anche quest’anno, come in quelli precedenti, sull’1% (il 4% rimanente sono operazioni ritirate prima della decisione).
Per quanto concerne il meccanismo di cooperazione europeo a norma dell’art. 6 del reg. 2019/452, nel 2024 sono state trasmesse in totale 477 notifiche da 21 Stati membri, rispetto alle 488 notifiche trasmesse da 18 Stati membri nel 2023, alle 421 trasmesse da 17 Stati membri nel 2022 e le 414 del 2021. La concentrazione è rilevabile anche quest’anno: quattro Stati membri (Spagna, Austria, Italia, Francia) hanno effettuato il 76 % di tali notifiche e sette Stati membri (Spagna, Austria, Italia, Francia, Germania, Paesi Bassi e Lituania) ne hanno effettuato l’84 %.
Nel 2024 la Commissione ha chiuso il 92 % dei 477 casi valutati nella fase 1, in linea con l’anno precedente, mentre solo l’8% è passato alla fase 2.
In generale, tra i settori di interesse continua ad avere un peso centrale, in crescita, quello manifatturiero, che va a coprire il 25%, seguito dalle tecnologie dell’informazione e comunicazione al 22%, dal commercio all’ingrosso e al dettaglio (14%), dalle attività finanziarie (10%), attività professionali (9%), energia (6%), trasporti (5%) e altri settori (9%).
Ancora più netta la fotografia se si guarda ai casi arrivati alla fase 2: qui il manifatturiero arriva a coprire il 50% (39% nel 2023). All’interno del manifatturiero, vediamo come a pesare siano le tecnologie critiche (49%), seguite dalle infrastrutture critiche (26%) e dall’approvvigionamento di fattori produttivi critici (20%). Tra le tecnologie critiche vediamo prevalere quelle relative alla difesa (37%), a riprova del fermento di tale settore, ai semiconduttori (21%) e all’aerospazio (16%).
Infine, per quanto concerne le giurisdizioni di origine degli investimenti, le prime sei sono gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Cina (compresa Hong Kong), il Giappone, il Canada e gli Emirati arabi uniti, con una controversa crescita della Cina, la cui quota è aumentata al 9%, rispetto al 6% del 2023.
Trattasi di un quadro nel complesso stabile, che va a coniugare i paradigmi di questa fase storica con un utilizzo comunque parsimonioso dei poteri. Vediamo più operazioni comunicate e una maggiore attenzione verso determinati settori (manifattura, tecnologie critiche, difesa e semiconduttori), senza però aumenti rilevanti dell’invasività governativa. Quantomeno dal punto di vista del concreto esercizio dei poteri speciali: molto spesso la mera esistenza di quadri legislativi estesi funge da dissuasore rispetto a certe operazioni. Va da sé che i flussi continuano e la crescita, sebbene limitata, di quelli cinesi indica un panorama ancora di transizione, per certi versi contradditorio e che necessita di strutturarsi in modo più compiuto e coerente.
In questo senso, proseguono i lavori per la modifica del regolamento IDE. Non senza nodi da sciogliere. Le recenti vicende nel settore bancario hanno evidenziato alcune discrasie interne al mercato unico piuttosto marcate, che hanno acceso i riflettori dell’istituzioni europee. Si parla del caso italiano (UniCredit-Banco Bpm), ma anche di quello spagnolo (BBVA-Sabadell). Sul fronte tedesco (UniCredit-Commerzbank), va detto che non vi è stato ancora nessun utilizzo di poteri speciali in senso restrittivo, ma la semplice ostilità del governo funge da esempio emblematico del termometro politico interno europeo e le sue contraddizioni. La tendenza a scrutinare operazioni infra-europee, se non addirittura domestiche, è palesemente in contrasto con gli obiettivi unionali e in particolare di un regolamento che vorrebbe porre muri più assertivi verso l’esterno, mantenendo però il mercato libero all’interno. Queste, ad ora irrisolte, criticità accompagneranno senz’altro la fase di revisione, tra ambizioni di sovranità europea e muri nazionali.
